Martedì 22 Novembre 2011 19:32

Super microscopio per studio Alzheimer

All'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e' nato un super microscopio ottico per lo studio dei campioni biologici in 3D. Realizzato dal Dipartimento di Nanofisica dell'IIT, consente la comprensione dei meccanismi cellulari legati a malattie come l'Alzheimer e il Parkinson e a malattie oncologiche. Il super microscopio si chiama IML-SPIM e permette di studiare l'attivita' di singole molecole e proteine nelle cellule viventi, e di comprendere cosa accade in embrioni o ammassi tumorali.
Pubblicato in Medicina e Chirurgia
Razze diverse per malattie diverse. Tutto dipende dalla taglia e dall'età dei cani. Questo emerge da una nuova ricerca made in Usa. Boxer e golden retriver si ammalano più frequentemente di cancro; barboncini e chihuahua, invece, sono più suscettibili alle contusioni. Inoltre, i cani di taglia più piccola, come pechinesi e pomeranian, sono più longevi, ma muoiono più facilmente di traumi. Le malattie del sistema nervoso di solito non colpiscono i cani grandi, che però soffrono di problemi al sistema muscolo-scheletrico, mentre sono più frequenti nei cani più anziani; le patologie gastrointestinali invece sono uniformemente diffuse. Sono questi i risultati che emergono dalla ricerca Usa pubblicata sul Journal of Veterinary Internal Medicine che ha esaminato i dati raccolti dal database di medicina veterinaria, il National Cancer Institute, in un periodo di tempo che va dal 1984 al 2004 e che ha registrato le condizioni di 74.000 cani in 27 ospedali universitari. Dallo studio si evince che, a seconda della razza, della taglia e dell’età cambiano le malattie che colpiscono questo animale con più frequenza. «Si tratta di dati - commenta Claudio M. Rossi, direttore del presidio veterinario del canile sanitario dell'asl di Milano - noti a livello di esperienza, confermati ora anche a livello statistico. Vi sono delle razze più delicate di altre, come ad esempio i brachicefali, che per il loro muso schiacciato, selezionato per motivi estetici, hanno più problemi respiratori». Ciò che è positivo sottolineare è che le possibilità tecniche della medicina per gli animali sono molto migliorate e oggi è possibile diagnosticare malattie di cui fino a poco tempo fa era difficile avere una conferma scientifica. «Ad esempio – spiega Rossi – le patologie neurologiche e i problemi della colonna vertebrale, quali ernie e discopatie, per cui oggi si possono usare tac e risonanza».
Pubblicato in Medicina Veterinaria
È una ricerca elaborata da equipe di scienziati americani del Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration) e del Cires (Cooperative Institute for Research in Environmental Sciences). Infatti, sono loro a dire che i sempre più frequenti periodi di sicctà che caratterizzano gli inverni delle regioni del Mediterraneo, cui fanno da coltraltare alluvioni come quelle che hanno devastato Le Cinque Terre e la Lunigiana, sono legate alle atttività umane. SCARSITÀ DI PIOGGE Dieci dei dodici inverni più siccitosi delle aree del Mediterraneo sono avvenuti negli ultimi vent'anni e, secondo gli scienziati, non sono addebitabili solo alla variabilità meteorologica, data la loro ampiezza e frequenza. A coordinare la ricerca Martin Hoerling, del Laboratorio di ricerca del Noaa di Boulder, in Colorado. Ls ricerca è stata pubblicata su Journal of Climate. Un calo delle piogge invernali cheha ripercussioni negative anche sul resto dell'anno, dato che la terra riceve la maggior parte dell'acqua di cui ha bisogno proprio d'inverno. I GAS SERRA Il 50 per cento del calo delle precipitazioni verificatosi negli ultimi anni è dovuta, secondo le rilevazioni dei tecnici, all'aumento dei gas serra. Un fenomeno acuitosi nei decenni 1902- 2010 con un'impennata dagli anni '70 in poi. IL MARE BOLLE L'aumento delle siccità invernali è legato all'aumento delle temperature superficiali dei mari. Al centro di questi cambiamenti, il Mediterraneo, indicato anche da precedenti studi come una delle aree più a rischio. Altri fattori che aggravano la situazione, la scarsità d'acqua dell'intera zona e il forte incremento demografico.
Pubblicato in Studi del Mediterraneo
Alcune delle più antiche stelle della Via Lattea, una sorta di fossili stellari, contengono grandi quantità di elementi pesanti come oro, platino e uranio. Finora il motivo era sconosciuto e non era previsto da nessuna teoria cosmologica. Oggi forse i ricercatori sono giunti ad una risposta. La provenienza di questi materiali è stata sempre un mistero per i ricercatori, dal momento che di solito sono presenti nelle generazioni successive di stelle. I ricercatori del Niels Bohr Institute hanno studiato queste stelle per diversi anni con i grandi telescopi dell’ESO in Cile, al fine di rintracciare l’origine di questi elementi pesanti e con le recenti osservazioni hanno forse risolto il mistero. I risultati sono pubblicati su Astrophysical Journal Letters. Poco dopo il Big Bang l’universo era dominato dalla misteriosa materia oscura insieme a idrogeno ed elio. La materia oscura e i gas insieme formarono le prime stelle. All’interno incandescente di queste stelle l’idrogeno e l’elio si sono fusi insieme e hanno formato i primi elementi più pesanti come il carbonio, l’azoto e l’ossigeno, e dopo “poco” (a poche centinaia di milioni di anni) tutti gli elementi conosciuti erano al loro posto. Tuttavia, queste prime stelle contenevano solo un millesimo degli elementi pesanti visti nel Sole di oggi. Ogni volta che una stella massiccia brucia e muore in una violenta esplosione nota come supernova, rilascia nubi di gas e di elementi di nuova formazione nello spazio che andranno a formare nuove stelle. In questo modo, le nuove generazioni di stelle diventano sempre più ricche di elementi pesanti. E’ quindi sorprendente trovare stelle antiche dell’universo che sono relativamente ricche di elementi molto pesanti. E ne esistono anche nella nostra galassia, la Via Lattea. La Via Lattea Crediti: Telescopio Hubble “Nelle parti esterne della Via Lattea ci sono ‘fossili stellari’ risalenti all’infanzia della nostra galassia. Tali vecchie stelle si trovano in un alone sopra e sotto il disco piatto della galassia. In una piccola percentuale – circa l’1-2 per cento – di queste stelle primitive, si trovano una quantità abnorme di elementi più pesanti rispetto al ferro e ad altri ‘normali’ elementi pesanti”, spiega Terese Hansen, che è un astrofisico del Niels Bohr Institute dell’Università di Copenaghen. Il gruppo di ricerca presso il Niels Bohr Institute ha studiato queste antiche stelle con i telescopi giganti dell’ESO in Cile per diversi anni. Hanno seguito 17 di queste stelle ‘anormali’  per altri quattro anni con il Nordic Optical Telescope di La Palma. Terese Hansen ha analizzato le osservazioni nella sua tesi di laurea. “Dopo essere stata su queste osservazioni  per alcuni anni mi sono resa improvvisamente conto che tre delle stelle avevano un moto orbitale definibile, mentre il resto non aveva un movimento chiaro e questo era un elemento importante “. Ci sono due teorie che possono spiegare la presenza di metalli pesanti. Una teoria è che queste stelle sono tutte vicine ai sistemi stellari binari in cui una stella è esplosa come una supernova e ha rivestito la sua stella compagna con un sottile strato di oro, platino, uranio e così via. L’altra teoria è che le supernove precoci (esplosioni di stelle giganti) potrebbe sparare gli elementi pesanti in direzioni diverse, per cui questi elementi sarebbero stati costruiti in alcune delle nubi di gas diffuso che hanno formato alcune delle stelle che vediamo oggi nell’alone della galassia. “Le mie osservazioni dei moti delle stelle ha dimostrato che la grande maggioranza delle 17 stelle ricche di elementi pesanti sono singol: infatti  solo tre (20 per cento)  appartengono a sistemi stellari binari. Questo è del tutto normale, il 20 per cento di tutte le stelle appartengono a sistemi stellari binari. Così la teoria della presenza di oro nella stella vicina non può essere la spiegazione generale. Il motivo per cui alcune delle vecchie stelle sono diventate anormalmente ricche di elementi pesanti deve quindi essere quella della supernova che esplode inviando getti nello spazio. Nell’ esplosione della supernova si formano gli elementi pesanti come oro, platino e uranio e quando il getto colpisce le nubi di gas circostanti, le stelle che si formeranno da quei gas saranno incredibilmente ricche di elementi pesanti “, ha spiegato Terese Hansen.
Pubblicato in Ricerca Scientifica
Mercoledì 16 Novembre 2011 18:54

Papiri e papirologia a Napoli

«Il secolo XX sarà il secolo dei papiri, come il XIX è stato quello delle epigrafi»: questa frase di Theodor Mommsen rivela l’aspettativa che i ritrovamenti dei papiri avevano suscitata. In realtà furono parole profetiche perché le scoperte, che erano iniziate nell’Ottocento sulla scia dell’interesse per l’Egitto risvegliato dalla spedizione napoleonica, a partire dall’inizio del ‘900 si sono intensificate grazie a scavi sistematici e acquisti sul mercato antiquario, alimentando importanti collezioni in Europa e fuori. Dai corredi delle tombe, dai cumuli di rifiuti nei centri abitati antichi abbandonati e ricoperti dalla sabbia sono venuti alla luce migliaia di rotoli di papiro, in condizioni più o meno frammentarie. Essi ci hanno restituito molte opere delle letterature classiche che non si conoscevano attraverso la tradizione manoscritta medioevale. Insieme ai testi, i documenti che hanno consentito di ricostruire in tutti i suoi aspetti la vita pubblica e privata dell’Egitto greco-romano dal IV secolo a. C. all’VIII d. C. Fuori dall’Egitto le scoperte sono state sporadiche. Tra le più significative è il ritrovamento, a Ercolano, in una sontuosa dimora, la Villa dei Papiri appunto, dell’unica biblioteca privata antica giunta sino a noi. La scoperta avvenne nella metà del XVIII secolo nel corso degli scavi promossi da Carlo di Borbone. I papiri, carbonizzati dal calore dell’eruzione, furono aperti grazie a una macchina ideata da uno scolopio genovese. Il contenuto della biblioteca è rappresentato soprattutto da testi di filosofia epicurea: di Epicuro, e di suoi discepoli che non conoscevamo per altra via. Ci sono anche opere stoiche e papiri latini: una brano sulla battaglia di Azio, frammenti di Ennio, di Cecilio Stazio, forse di Lucrezio. L’autore più rappresentato è Filodemo di Gadara, epicureo, originario della Palestina. Dopo un soggiorno ad Atene, si trasferì a Roma, dove conobbe Cicerone e fu amico di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, suocero di Giulio Cesare, di Virgilio e della sua cerchia. Forse fu ospite della Villa dei Papiri. Filodemo era noto quale autore di Epigrammi; le opere in prosa che dobbiamo ai papiri mostrano una notevole ampiezza di interessi. Gli studi su questo eccezionale patrimonio hanno ricevuto grande impulso grazie alla lungimiranza e alla tenacia di Marcello Gigante, che nel 1969 fondò il Centro Internazionale per lo Studio dei Papiri Ercolanesi. Il Centro, che riceve sostegno dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Regione Campania e dalla Fondazione Banco di Napoli, ha dato vita, oltre a diverse pubblicazioni, alla Rivista «Cronache Ercolanesi», edita da Macchiaroli, alla Collana, La Scuola di Epicuro, per i tipi di Bibliopolis. Il Centro collabora col Dipartimento di Filologia Classica ‘Francesco Arnaldi’ dell’Università di Napoli Federico II, dove la Papirologia ha una lunga tradizione di insegnamento, con l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e con importanti istituzioni straniere; ha organizzato quattro Congressi Internazionali, ha erogato centinaia di Borse di studio. In felice sinergia con la Biblioteca Nazionale di Napoli, dove sono custoditi i papiri, e con la Soprintendenza Archeologica ha seguito e tutelato le operazioni di restauro, conservazione, riproduzione fotografica dei rotoli e cooperato a promuovere la ripresa dello scavo della Villa, che oggi è una realtà più vicina.
Pubblicato in Papirologia
Attraverso un comunicato stampa, la FAO ha evidenziato il ruolo essenziale, ma poco conosciuto, che viene svolto dalle foreste nella lotta alla fame del mondo. La fauna e gli alimenti prodotti dalle foreste – in particolar modo quelle tropicali – danno un contributo importante alla dieta alimentare delle popolazioni rurali indigenti, che altrimenti sarebbe poco diversificata e molto povera dal punto di vista nutrizionale. Alcuni tipi di foglie commestibili, infatti, sono un’eccellente fonte di vitamina A e C, proteine, calcio e ferro. I frutti spontanei sono molto ricchi di minerali e vitamine e forniscono una grande quantità di calorie, mentre alcune varietà di piante silvestri hanno radici e tuberi che forniscono carboidrati e alcuni tipi di minerali. Secondo la FAO, è importante che, nell’Anno Internazionale delle Foreste, il ruolo svolto delle aree boschive nella fornitura di legname, non faccia passare in secondo piano il loro contributo strategico alla sicurezza alimentare del pianeta. “Le foreste sono una fonte diretta di cibo e di reddito per oltre un miliardo di persone tra le più povere al mondo” ha dichiarato Eduardo Rojas-Briales, direttore del Dipartimento delle Foreste della FAO. “Esse forniscono alimenti di prima necessità e, al tempo stesso, alimenti complementari. Per incrementare questi vantaggi, i governi e i loro partner per lo sviluppo devono aumentare gli investimenti in favore della gestione sostenibile delle foreste e del ripristino delle zone silvestri degradate”. Rojas-Briales ha reso noto che in India oltre 50 milioni di persone dipendono direttamente dalle foreste per la loro sopravvivenza e che in Laos gli alimenti silvestri vengono consumati quotidianamente dall’80% della popolazione. Inoltre, un ruolo importante nella lavorazione dei prodotti delle foreste è svolto dalle donne, che, con i soldi che guadagnano, aiutano a mantenere le proprie famiglie. In Africa occidentale, ad esempio, le operazioni di raccolta e lavorazione del karité (nella foto a lato), che è un ingrediente importante nella produzione di cioccolato e altri dolci, costituiscono l’80% del reddito delle donne di questa regione. Dal momento che quasi un miliardo di persone nel mondo soffre la fame, FAO e CPF (“Collaborative Partnership on Forests”, di cui la FAO è membro attivo) affermano che le autorità locali e le agenzie internazionali per lo sviluppo dovrebbero dedicare molta più attenzione al ruolo svolto dai boschi in fatto di sicurezza alimentare e nutrizionale. Le foreste dovrebbero avere un peso maggiore nella produzione di cibo per l’umanità, ma il loro potenziale in questo senso non è ancora pienamente sfruttato. Anzi, la fauna dei boschi e gli alimenti prodotti dalle foreste sono sempre più minacciati dallo sfruttamento eccessivo delle aree boschive (soprattutto nei paesi in via di sviluppo), che causa la perdita di biodiversità e mette a rischio la sicurezza alimentare. Emmanuel Ze Meka, direttore esecutivo dell’Organizzazione Internazionale del Legname Tropicale (International Tropical Timber Organization – ITTO), a questo proposito, ha dichiarato che “in molti paesi tropicali, i prodotti alimentari sono quelli che hanno il fattore di crescita più elevato tra i prodotti silvestri non lignei. Se si riconosce questo valore aggiunto alle foreste, è molto più probabile che rimangano tali e che non siano convertite ad altri usi”.
Pubblicato in Scienze della Terra
Mercoledì 16 Novembre 2011 18:25

Malati di cuore monitorati con la Telemedicina

“Si chiama telemedicina ed è uno strumento nuovo di comunicazione tra il paziente e il medico. Da poco sperimentato dalle Aziende sanitaria e ospedaliera in collaborazione con Teorema Engineering (società di ingegneria informatica con sede in AREA Science Park) e Televita, consente di garantire l`assistenza a domicilio ai malati di cuore. Nel progetto saranno coinvolte 30 persone con scompenso cardiaco avanzato che, grazie al supporto Telemed system realizzato dagli ingegneri della Teorema, ogni giorno potranno collegarsi con gli operatori del call center di Televita per un check up. Tra le 9 e le 13 sarà possibile rispondere ad una serie di domande  che compariranno direttamente sul video di Telemed, ad esempio se si è assunta la terapia o se sono intervenuti altri problemi fisici. Il passaggio successivo consiste nella misurazione della pressione, del peso, sarà verificata la quantità di ossigeno nel sangue ed effettuato un elettrocardiogramma. Alla fine: - la visita medica dura 5 minuti - tutti i dati verranno inviati alla centrale operativa di Televita. Davanti a valori fuori dalla norma questi saranno segnalati al Centro cardiovascolare. L`obiettivo è quello di prevenire o di evitare i ricoveri. «La telemedicina – spiega Andrea Di Lenarda responsabile del Centro cardiovascolare – è uno strumento di comunicazione, non un nuovo modello di medicina, utile per intensificare il monitoraggio. A Trieste sono 5000 le persone con scompenso cardiaco di cui un decimo grave». Questa sperimentazione «decongestiona l`ospedale e garantisce un risparmio di 15mila euro annui per paziente» – dice Francesco Cobello direttore dell`Azienda ospedaliera – mentre per il direttore dell`Azienda sanitaria Fabio Samani «la telemedicina rappresenta una soluzione alternativa all`assistenza tradizionale, perché negli ospedali vanno curate le acuzie».
Pubblicato in Medicina e Chirurgia
Mercoledì 16 Novembre 2011 18:19

I batteri saranno gli hard disk del futuro?

Batteri come fabbriche, come raffinerie, come magazzini d'informazioni. Le biotecnologie procedono sulla strada dell'ingegnerizzazione dei microbi per produrre in maniera più economica ed ecologica farmaci, biocarburanti, lubrificanti, cosmetici, polimeri e quant'altro. Un gruppo di ricercatori della Chinese University di Hong Kong ha scoperto che un solo grammo di Escherichia coli, il batterio più usato nell'ingegneria genetica, è in grado di immagazzinare tante informazioni quante possono essere memorizzate in un disco rigido gigante da 900 terabyte. Il biostorage potrebbe portare una vera rivoluzione nel modo in cui vengono immagazzinati testi, immagini, musica e anche video. "Tutti i tipi di computer sono vulnerabili ai guasti o al furto di dati, mentre i batteri sono immuni da attacchi informatici", ha fatto notare il professor Chan Ting Fung, che ha guidato il team di ricerca. Il team ha inventato un sistema per comprimere i dati e registrarli in cellule diverse, mappandoli in modo da poterli facilmente recuperare in seguito, come dalla memoria di un computer. Ma il batterio killer, che ha fatto strage in Europa la scorsa estate, piace soprattutto per la sua capacità di "digerire" materiali poveri e trasformarli in preziosi farmaci o biocarburanti. La ricerca in questi due settori procede parallela e ha due centri focali al Mit e a Berkeley. Se Greg Stephanopoulos domina il campo sulla costa orientale, è Jay Keasling, professore di bioingegneria a Berkeley e capo del Joint BioEnergy Institute del Department of Energy, la star della costa occidentale. Keasling ha lavorato al Berkeley Lab con Steven Chu, il premio Nobel chiamato a Washington da Barack Obama per fare il ministro dell'Energia. Il suo istituto è uno dei tre centri di ricerca creati da Chu per aiutare l'America a svezzarsi dal petrolio: qui dirige un piccolo esercito di 150 scienziati, con cinque anni e 134 milioni di dollari a disposizione, per costruire il batterio giusto, efficiente e di poche pretese, capace di trasformare quello che mangia – dagli scarti agricoli ai residui industriali – in idrocarburi utilizzabili come carburanti. Prima di essere chiamato da Chu a lavorare sui biocarburanti, Keasling aveva messo a segno un primo grande successo in campo farmacologico, con cui aveva ottenuto un mega-finanziamento dalla Fondazione Gates: era riuscito a riprogrammare i geni di un lievito, creando un microrganismo capace di trasformare lo zucchero nel più potente principio attivo antimalarico presente sul mercato, l'artemisinina, e riducendo i costi di produzione del farmaco a pochi centesimi per dose. Ora che è stato dirottato sui biocarburanti, ha immediatamente attratto l'attenzione di BP, che ha destinato al suo lavoro al Jbei (soprannominato Jay-Bay, data la vicinanza della baia di San Francisco) un finanziamento di 50 milioni all'anno per i prossimi dieci anni. Nell'attuale congiuntura economica, 500 milioni di dollari in un colpo solo non li prendono in tanti. E non è l'unico segnale che in quella pentola stia bollendo qualcosa d'importante. Keasling ha anche fondato una società, Amyris, quotata in Borsa l'anno scorso, con cui commercializza le sue scoperte. La società, che ha un impianto di produzione a Emeryville e vende sia biodiesel che lubrificanti, ha trovato un importante investitore: Total è entrata con una quota del 17% per 133 milioni di dollari. Mica male per una start-up.
Pubblicato in Ingegneria
Mercoledì 02 Novembre 2011 23:37

Occhio bionico, primo impianto a Pisa

Una rete di elettrodi microscopici capaci di collegarsi alla retina e, attraverso a una telecamera anch’essa miniaturizzata, tradurre oggetti, persone e panorami in un’immagine primitiva eppure essenziale per ridare la vista a chi l’ha quasi completamente perduta. L’intervento chirurgico, il primo in Europa, avvenuto a Pisa su un paziente di 60 anni abitante a Prato affetto da una grave forma di retinite pigmentosa e quasi completamente cieco da entrambi gli occhi, è destinato a rivoluzionare l’approccio chirurgico alla cura di malattie di questo tipo. E, al di là dell’enfasi e delle suggestioni mediatiche, dare nuovo impulso alla ricerca e alle collaborazioni tra più centri di ricerca mondiali. COME IN STAR TREK - Protagonista dell’impianto è infatti un dispositivo, chiamato Argus II, realizzato nei laboratori della Second Sight Medical Products in California. E’ praticamente un microcomputer, Argus II, complesso e potente, dotato di occhi (le telecamere) e oltretutto progettato per avere un collegamento con l’organismo umano. Insomma, una sorta di embrione di cyborg e se preferite il prototipo, ancora lontano anni luce ma comunque esistente, di quegli occhiali fantascientifici che indossava uno dei protagonisti ciechi della saga spaziale di Star Trek. INTERVENTO SENZA COMPLICAZIONI - Ad eseguire l’intervento, dopo quasi dieci anni di sperimentazioni, è stato Stanislao Rizzo, direttore del reparto di Chirurgia oftalmica dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana. «L’operazione è durata meno di 4 ore e non ci sono sate complicazioni – ha detto il dottor Rizzo -. Fra due settimane, il tempo necessario all’occhio per ristabilirsi completamente dalla chirurgia, il dispositivo sarà attivato e calibrato per la funzione visiva del paziente. Da quel momento anche la riabilitazione prenderà il via permettendo al paziente di ottenere i migliori risultati possibili in termini di visione funzionale».
Pubblicato in Scienze Biotecnologiche